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Introduzione generale.

Mittwoch, 9. April 2008

Nel mondo odierno, la parola “integrazione” è più o meno sulla bocca di tutti: i media (giornali, radio, TV) ne parlano, i politici ne fanno cenno nelle discussioni, anche alcuni docenti di educazione civica (ma anche di altre materie scolastiche) propongono l’argomento ai propri alunni. Ma cosa significa “integrazione”? È questo un fenomeno nuovo o già esistente? Perchè se ne parla con tanta insistenza? E perchè proprio ora?

Il termine “integrazione” è collegato direttamente con quello di “intercultura”: laddove diverse culture si incontrano dovrebbe essere possibile l’innesto (integrazione) delle minoranze culturali in quella prevalente. Questo processo, che sembra così semplice da comprendere e così facile da attuare, richiama invece dei complessi processi che non risultano essere nè universali nè tantomeno ovvi.

Spesso la parola “integrazione” si è confusa con “assimilazione” o “deculturazione”, sia nella storia passata che in quella presente; molti sono gli esempi di assimilazione, effettiva o tentata, che potrei addurre: così fecero i Romani con i Barbari, tanto per utilizzare un esempio appartenente ad un passato remoto, così hanno tentato di fare, dopo la seconda guerra mondiale, alcune nazioni liberate dalla colonizzazione (Francia, Gran Bretagna e USA) nei confronti di etnie minori per motivi religiosi, politico-economici o ideologici.

Il termine “integrazione”, quindi, non è un nato con la nascita delle società moderne. Alcuni fattori hanno però portato questo tema alla ribalta specialmente negli ultimi decenni: l’attentato dell’11 Settembre alle “Torri Gemelle” di New York (uno dei fenomeni più eclatanti della “non-comprensione”), l’ampliamento dell’Unione Europea (2004), l’apertura del mercato europeo alla globalizzazione…

La pacifica integrazione è un dovere delle società moderne che amano definirsi “civili”. Senza l’integrazione le generazioni a venire sarebbero destinate a vivere in un mondo in lotta continua.